La vita che verrà

 

31 dicembre 2024, dall’altra parte dell’Atlantico

 

Amalia. Il corsivo largo, da fiaba Disney, un po’ cadente, un po’ infantile, tatuato sull’avambraccio di un ventenne colombiano seduto davanti all’entrata del centro commerciale: viso incattivito, forse minaccioso. Un nome che è un mondo; il suo. Il primo appuntamento, la scelta del ristorante, mille ripensamenti su come vestirsi. Aprirle la portiera della macchina, sperare che rida, se non altro per educazione. E poi un secondo, un terzo, un quarto e così via, per qualche anno, magari. Andare a vivere assieme, programmare le vacanze, litigare sulla stanchezza, la lavatrice e le attenzioni. Una serie complessa e vagamente ordinata di azioni relativamente piccole e relativamente grandi, di scelte e soluzioni, che ha prodotto un primo (almeno per visibilità), ovvio, risultato: sei lettere, un tatuaggio, Amalia. Un po’ di inchiostro sparato nella pelle, qualche giorno di dolore, per garantire l’eternità approssimata di una promessa forse troppo precisa. Una roba che non si cancella, più o meno. Perché si può fare dell’eterno temporaneo, ma il prezzo è fuori mercato. È una ribellione, una forzatura della realtà, un atto di violenza.

 

Anche il suo anno sta finendo: tempo di fare bilanci. Di valutare e giudicare, di riflettere e punteggiare. Questo si, questo no. Selezionare, scartare, sommergere e salvare. Un anno passato veloce o lento, male o bene. Oppure è stato una vera merda. O forse no. Forse è stato il migliore sino ad ora. Nella peggiore delle ipotesi, l’una e l’altra, insieme. Perché il tempo e le notifiche ci hanno addestrato all’incomunicabilità. Ma la lezione è sbagliata. L’esperienza umana è unica, dunque unitaria, un prisma di mille volti, che cambia e si evolve in frazioni di frazioni: la sostanza resta la stessa. E questa è un grande, disperato, conforto. Non c’è solitudine nella solitudine. Si è soli insieme e felici insieme, sincronicamente e diacronicamente, a Roma, New York, Pechino e Miami. Amalia, che per me non significa niente, Amalia, che per lui significa tutto. Mondi diversi, che funzionano secondo gli stessi meccanismi. Perché non nasciamo soli, non moriamo soli. Siamo la somma non certo aritmetica delle nostre relazioni, delle nostre esperienze cognitive e sentimentali. Pensiamo e parliamo con parole inventate da altri, riempite da significati elaborati chissà dove e quando. Leggiamo libri scritti qualche secolo fa, in questa o quella lingua, e versi cantati prima che esistesse la scrittura. Menin, andra, tutte le famiglie felici che lo sono allo stesso modo, il ghiaccio del Colonnello Buendia, la crisi di mezz’età di Dante, il Riccetto, la seconda signora Panofsky. La vita è letteratura e la letteratura è vita. Perché tutto è già stato scritto, sentito, sofferto e meditato. E questa è una consolazione.

 

Anche il nostro anno sta finendo: tempo di pensare al futuro. Di appuntare propositi, progettare migliorie, cambiare abitudini, casa o sistema operativo. Tempo di speranza, tempo di novità, forse vera forse simulata. Tempo di vivere, perché la vita è bellissima. Tempo di pensare a chi non c’è più, ma anche, soprattutto, a chi c’è ancora.

 

Quindi, buona fine e buon inizio, a chi sta leggendo e a chi non leggerà mai, al ventenne colombiano, alla sua Amalia. E nulla.

Happy new year a tutti.