Spezzare le catene

“Le sofferenze familiari, come gli anelli di una catena, si ripetono di generazione in generazione finché un discendente, in questo caso forse tu, acquista consapevolezza e trasforma la sua maledizione in una benedizione” Alejandro JodorowskiLa danza della realtà

 

Appena nati siamo catapultati nel nostro mondo, i nostri genitori, i nostri fratelli, la nostra cultura. Nulla ci appartiene, eppure parla già di noi.

Siamo amati e cresciuti da persone che ne hanno vissute tante e ne vivranno altrettante insieme a noi. Spesso però ci dimentichiamo di non essere i soli in questa storia. Ci sentiamo protagonisti, ma siamo personaggi introdotti dopo migliaia di pagine, che magari neanche leggiamo.

Tuttavia, è lì che è nascosta la chiave delle nostre sofferenze. Nel DNA infatti non è scritto solo il colore della pelle, dei capelli, l’altezza, la miopia o il diabete, ma soprattutto le mura innalzate per difendersi dal dolore. Ereditiamo dai genitori anche il carattere, i meccanismi e le emozioni. Siamo immersi nel sistema familiare tanto da percepirlo come una prigione da cui è impossibile fuggire.

Eppure, ogni bambino sa amare, forse anche in maniera più autentica degli adulti che lo circondano. Molte coppie infatti decidono di avere figli proprio per avere un’ultima occasione per amare ed essere amati. Ma loro stessi hanno dimenticato come si fa. È così che giorno dopo giorno la distanza che ci separa aumenta, offuscando il ricordo del legame naturale che rende meravigliosa la vita. Quindi ai nostri occhi la solitudine appare come la normalità, qualcosa con cui bisogna fare i conti nel “mondo dei grandi”. Ma questa forma di vittimismo non fa altro che perpetuare la trasmissione delle catene che ci rendono schiavi della paura.

Walter Benjamin, uno dei più innovativi pensatori del ‘900, applica al suo concetto di storia la categoria religiosa del messia. In parole povere: arriverà un giorno qualcuno che porterà con sé il mondo nuovo e giudicherà quello passato. Benjamin però non intende nulla di paranormale, semplicemente si tratta di riportare in vita un passato che non assume più le sembianze di un monumento inscalfibile, ma di un’anima girovagante che non trova via d’uscita dalla sofferenza dell’eterno ritorno. È come correre su un tapis roulant, percorrere chilometri su chilometri, e restare immobile. Per poi scendere e sentire la testa che gira.

La rivoluzione sta nella consapevolezza che ognuno di noi può essere il messia. Tutti possiamo interrompere il ciclo. Tutti possiamo spezzare le catene che abbiamo ereditato e così curare la malattia emozionale che ci perseguita. A mio parere è proprio questa evoluzione ad essere lo scopo dell’esistenza umana: riportare acqua ad un seme arido, affinché sbocci in un fiore, il cui profumo esorta a vivere.