Ognuno di noi si è prima o poi domandato cosa sia veramente il fascismo. Lontani dall’epoca e storditi come siamo da libri di storia spesso fin troppo superficiali, per noi risulta molto difficile dare una definizione esatta di quello che, a pieno titolo, deve essere annoverato tra i movimenti politici più efferati e brutali degli ultimi secoli. La scarna e povera filmografia degli ultimi anni non ha certamente contribuito a definire chi fosse davvero Mussolini. Non ha trasmesso, soprattutto ai più giovani, il dramma dell’Italia in camicia nera, relegando perciò tale avvenimento alla cultura del parodico e ad una conoscenza basata su luoghi comuni.
M – Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright e tratta dall’omonimo romanzo di Antonio Scurati, ritrae la storia della nascita del fascismo, la famigerata prima ondata rivoluzionaria che sconvolse l’Italia sofferente e spezzata dal primo conflitto mondiale con una pista fatta di manganellate e torture.
La serie ha inizio dietro le quinte, con un Mussolini tronfio e pieno di sé che rompe la quarta parete, appellandosi direttamente allo spettatore e cercando di instaurare con lui un rapporto diretto e provando così ad irretirlo. I primi minuti ci portano a Piazza San Sepolcro, il 23 marzo del 1919, la data infausta in cui nacquero i fasci di combattimento; vediamo Mussolini scendere tra i suoi camerati, presentarli ad uno ad uno mentre cantano fiamme nere. Così ha inizio il fascismo: un piccolo incontro di reduci infelici e scontenti, che della violenza faranno la propria bandiera. Nelle otto puntate che compongo la miniserie, lo spettatore ha modo di conoscere approfonditamente molti dei componenti.
Perché, oltre ad una fedele ricostruzione dei primi anni del movimento politico, Joe Wright sceglie di metterci a tu per tu con gli avvoltoi dell’entourage del futuro dittatore, aprendo allo spettatore un’interessante prospettiva: far parlare il fascismo stesso. Servendosi del grottesco, di battute sopra le righe, bastonate, musica contemporanea a tratti rap, a tratti elettronica, di violenza esplicita e turpiloquio, la serie ci mostra la vera anima del movimento fascista, trasmettendo un messaggio ben chiaro: dietro questo male non c’è nulla di straordinario, si celano dei semplici esseri umani che hanno scelto di cedere alla corruzione morale (e non solo) per dare spettacolo di sé e prendere il potere.
Scopriamo così chi era davvero Cesare Rossi, primo braccio destro di Mussolini, uomo dotato di una malvagità sottesa che spaventa lo stesso Duce. Vediamo quanto scanzonato e becero fosse Roberto Farinacci, che gode a manganellare; quale subdolo e sciocco opportunista fosse Amerigo Dumini; quanto timido e timoroso fosse Emilio De Bono; e che soltanto Italo Balbo, unico a permettersi di dare del tu a Mussolini, era colui che il Duce temeva veramente per la sua intelligenza e per il fascino che era in grado di esercitare sugli altri. La lista completa ovviamente sarebbe molto lunga, però Wright non tralascia praticamente nessuno e riesce a impartire nozioni di Storia anche a chi ne è digiuno.
Mussolini spesso improvvisa, non sa cosa vuole, prima ha un’idea poi un’altra, è spaventato da chi lo circonda, strizza l’occhio allo spettatore quando una sua battuta suscita l’esaltazione della folla e si infuria selvaggiamente quando qualcosa va storto. Eppure, è stato proprio lui a catalizzare la rabbia e lo scontento di un Paese e a trasformarlo in una esecrabile macchina di morte.
In definitiva, l’insegnamento che possiamo trarre dalla prima all’ultima puntata è il seguente: non importa se mentre guardiamo ci affezioniamo ai vari personaggi (merito della bravura attoriale) o sorridiamo alle battute e alle gaffe mussoliniane. Forse la matrice pop che Joe Wright conferisce al primo fascismo del 1919-1925 era l’unico modo per poter raccontare ciò che è accaduto senza annoiare lo spettatore. La serie riesce così a mostrare un fascismo becero e brutale come mai era stato visto prima d’ora in televisione.