Un diritto senza confini: in dialogo con il Prof. Gianluca Scarchillo

Il seguente articolo è frutto di un’intervista al Professore Gianluca Scarchillo, docente di Sistemi giuridici comparati e Diritto Privato Comparato, nonché Presidente del Corso di Laurea Triennale in Diritto e Amministrazione Pubblica presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma. Vice Direttore e Docente anche del Master di Diritto Privato Europeo presso il medesimo Ateneo, si rivela oggi uno dei massimi esperti di Class Action, diritto societario e risoluzione delle controversie. Nell’articolo che segue si discute dell’importante rapporto docenti-studenti, dell’approccio allo studio e della correlazione con altre discipline, senza dimenticare delle fondamentali connessioni con il mondo attuale e delle sfide che quotidianamente, come cittadini del mondo, studenti e docenti siamo chiamati ad affrontare.

Professore, grazie alla sua professione si trova a contatto, quasi quotidianamente, con giovani studenti e dottorandi. Alla luce di tale particolare e importante professione, quanto ritiene importante il “saper formare” e il “saper formarsi” al giorno d’oggi?

Il ruolo dei docenti, dai primissimi gradi d’istruzione, fino ai livelli più elevati dell’insegnamento, e dunque dell’Accademia, è determinante. Per poter parlare di successo e insuccesso del docente o dello studente occorre porre alcune considerazioni preliminari.

È necessario, anzitutto, ravvedersi del fatto che, ad oggi, la scienza accademica, presa singolarmente, non è bastevole in quanto essa si basa sulla mera oggettività. Quello di cui realmente necessita lo studente è uno sforzo soggettivo. La scienza è sempre al servizio dell’uomo, sempre reperibile e alla portata dello studente, si pensi ad un qualsiasi manuale: lo studente può comodamente aprirlo, leggerlo e studiarlo, senza neppure il bisogno di frequentare i corsi universitari. Se tuttavia lo studente si fermasse a tale semplice pratica, senza compiere uno sforzo aggiuntivo, eppure essenziale, non coglierebbe a pieno l’importanza del formarsi, e, in verità, non si formerebbe neanche completamente. Vi è bisogno di maggior accuratezza. Quello che è realmente richiesto allo studente e allo studioso di successo è la conoscenza, che al contrario della semplice scienza quale sapere, implica anche uno sforzo soggettivo, non trattandosi di mera oggettività comodamente reperibile anche da remoto.

Passando poi all’insegnamento vero e proprio, risulta fondamentale distinguere il formatore dal “form(attore)”. Solo quest’ultimo è portatore di una conoscenza differenziata. Colui che si limita ad inculcare le nozioni, prive di alcuna coloritura non è bastevole per la preziosa professione che è chiamato a svolgere. La pratica dell’insegnamento richiede un qualcosa in più: il docente di successo è il docente non solo abile nell’“in-formare”, e quindi, nell’”inculcare” il sapere, magari con fare mnemonico, ma, molto di più, è il docente capace di “disvelare” il sapere dallo studente. L’importanza della formazione e dello stesso modus formandi non deve essere sottovalutato. Educare vuol dire non solo “tirar fuori” il sapere dallo studente, ma anche “coltivare le persone”, creare negli studenti dei veri e propri vuoti da colmare, affamando di conoscenza, voglia di approfondire e studiare autonomamente. Possiamo rendere molto bene l’idea rapportandoci all’antichissima pratica agraria: nel momento in cui si decide di far crescere una pianta la prima cosa si fa è scavare, creare un vuoto nel terreno, un vuoto che verrà successivamente colmato dalla stessa pianta crescendo. Questa immagine rende perfettamente ciò che dovrebbe essere l’insegnamento e la crescita personale nonché accademica dello studente.

Altro elemento nodale da porre in evidenza è il seguente: il docente in grado realmente di formare lo studente è, dunque, il docente in grado di “seducere” lo studente, il professionista in grado di sedurre, di stimolare una passione verso ciò che viene insegnato in aula e approfondito singolarmente, attraverso lo studio o ulteriori esplicazioni del docente stesso, se necessarie. Da qui deviene un elemento di vitale importanza per lo studio e la crescita personale: lo stimolare la passione per ciò che è oggetto di studio, lo scatenare la curiosità dello studente, momento centrale in cui lo stesso non deve essere abbandonato o sentirsi tale nel momento del bisogno.

Vera e propria piaga dei nostri tempi è purtroppo il rischio di uno studio arido che tende solo a infondere nozioni, senza trasmettere molto altro. Presi da tali pratiche, tuttavia, ci si dimentica di un qualcosa di molto rilevante: la bellezza della pratica dell’insegnamento sta nelle diversità, in quelle che siamo consueti a chiamare, con fare poco consono, imperfezioni. Un insegnamento arido, che non tenga minimamente conto delle diverse esigenze degli studenti, ognuno particolare e differente a modo proprio. Il docente realmente abile e di successo nell’insegnare è colui in grado di valorizzare tali differenze e, conseguentemente, trarre il meglio da ogni studente.

Altro passaggio determinante da cogliere, è il seguente. Nel corso degli anni, la modalità di insegnamento è mutata. Nello specifico, si è passati dall’educare all’istruire e dall’istruire all’apprendere, finendo per barattare quest’ultimo con il saper fare. Si è passati, in parole più semplici, dalla teoria eccessiva alla pratica eccessiva. Lo studente, all’esito di tale processo, si trova, sempre più spesso, al termine del suo percorso universitario, conscio di numerosissime nozioni teoriche ma sostanzialmente quasi incapace di rapportarle alla realtà effettiva e quindi di utilizzarle nella vita lavorativa quotidiana, applicandole adeguatamente. Scherzosamente potremmo dire che lo studente è perfettamente conscio di dover utilizzare lo strumento del martello per poter fissare un chiodo, ma spesso dimentica che lo stesso strumento può essere utilizzato per fini differenti e differenziati. Lo studente risulta eccessivamente condizionato da quella ben nota prassi applicativa, un qualcosa di non molto dissimile, forse, da quella celeberrima catena di montaggio di inizio 900 e della conseguente alienazione del lavoratore di cui tanto si parlò a seguito dello straordinario successo di Ford nei primi anni del secolo passato.

Il docente ha un ruolo di primaria importanza che potremmo rendere perfettamente menzionando la nota “parabola dei talenti” (Mt, 25, 14-30). Il compito del docente è proprio quello di promuovere (e valorizzare) i giovani talenti che si trova davanti, di aiutarli a trovare la propria strada e poi a lasciarli proseguire[1], arricchendoli con le proprie conoscenze, metodi ma non solo. Il docente di valore è colui che è in grado di fornire ai suoi studenti anche un metodo, un approccio che dovrà essere ottimizzato, adattato alla propria personalità.

Infine, ma non per questo meno rilevante, risulta centrale il mettere alla prova e il mettersi alla prova nella pratica dell’insegnamento e dello studio. Questo perché il docente deve verificare le effettive conoscenze dei propri allievi, mettendo alla prova, nella stessa fase di verifica, in realtà, anche il proprio metodo di insegnamento, correggendo gli studenti lì dove necessario.

Nella pratica dell’insegnamento si ravvede, a volte, una profonda discrepanza tra il saper fare e il saper evolvere. Lo studente sempre assertivo, sempre passivo non è studente di successo. È in grado di fare, di conoscere, ma è manchevole di quel quid pluris che l’accademia richiede. Vi è bisogno di una personalità, di una certa reattività che non sia mera inerzia.

Questi sono gli elementi che determinano il successo (inteso come valore) o decretano, nel caso avverso, l’insuccesso del docente e dello studente.

Il vero studente di successo, in definitiva, chi è Professore?

Il vero studente di successo (sempre inteso come valore) è colui in grado di lasciarsi sedurre dal docente e quindi lasciarsi guidare in una prima fase, ma, al contempo, dal lasciarsi abitare da possibilità alternative, rimanendo sempre padrone di una visione esterna differente grazie a una visione introspettiva interna, conscio, al contempo, di tutte le suggestioni precedentemente menzionate.

Professore, oggi viviamo sempre a più stretto contatto con l’intelligenza artificiale e con i rischi annessi di un suo uso distorto. Come ritiene questo possa evolversi in un futuro non molto lontano?

Per risponderle alla domanda partiamo da una premessa. L’intelligenza artificiale si basa su un archivio di dati, inseriti nella piattaforma digitale. Ciò che fa l’intelligenza artificiale è quello di attingere a tali dati. Occorre tuttavia precisare che trattasi di dati, e cioè di un qualcosa di già dato, risultando manchevoli di ogni sorta di rielaborazione intelligente, ciò che, invece, è propria dell’essere umano in quanto tale, poiché dotato della vera intelligenza.

Potremmo rendere l’immagine anche con un puzzle. Il puzzle è composto da tanti pezzi da far combaciare l’un con l’altro al fine di aver un disegno conclusivo. Trattasi, tuttavia, anche in tal caso, di tanti “dati”, di tanti ritagli di immagine pensati e realizzati anticipatamente, proprio come i software dell’intelligenza artificiale secondo un prestabilito logico: se non lo si rispetta non si raggiungerà mai il completamento del disegno. Non si ha scelta, non c’è alcuna rielaborazione personale, dunque immaginazione, idea.

Possiamo anche andar oltre, se si vuol realmente cogliere con completezza la resa conclusiva del puzzle occorre fare qualche passo indietro, osservando il puzzle nel complesso, da una certa distanza in modo da avere una visione d’insieme. Anche questo concetto è doveroso riportarlo all’attività di studio: studiare nel complesso, in maniera sistematica, senza mai perdere di vista l’insieme: tale è la differenza dello studio e dell’insegnamento di successo. È doveroso, sia per lo studente che per il docente, calarsi nel contesto, senza mai perder di vista l’ambito specifico in cui ci si trova ad operare o a studiare, rimanendo sempre in grado di far quel passo indietro e comprendere in che spazio ci si sta muovendo.

Occorre sempre tenere in considerazione, in aggiunta, che il diritto è intriso di fattualità, esso si nutre della realtà sociale. Da ciò deriva l’importanza di non considerare negativamente il progresso. Il timore verso il nuovo è un tipico connotato umano. Essenziale rimane rimaner cauti e avveduti, pronti ad accogliere e abbracciare nuove sfide. Questo perché il compito del giurista, e qui si intenda, nello specifico, quello del giurista comparatista, è quello di guardare al futuro, cercando di rispondere ai tanti interrogativi possano sorgere. Il mio auspicio è che l’intelligenza (vera) continui ad essere quella umana, contribuendo a edificare quella fondamentale solidarietà globale, essenziale per ridurre, se non addirittura eliminare, le diseguaglianze, valorizzando, al contempo, la potenzialità delle diversità e rendendoci, al termine, unici.

 

Come ritiene debba essere il rapporto tra docenti e studenti?

Come ogni rapporto umano non può certamente essere un rapporto conflittuale, tutt’altro. Studenti e docenti devono acquisire consapevolezza di condividere obiettivi non totalmente dissimili, tutt’altro. Entrambi convergono su diversi elementi. Per il successo dell’Accademia nel complesso occorre rendersi consci dell’importanza di quell’alleanza intergenerazionale, strumento chiave che funga da antidoto contro quel clima di ostilità che spesso si respira in ambiente accademico. Il fenomeno è, in alcuni casi, talmente grave da poter quasi parlare, nella sua versione opposta, di un vero e proprio conflitto intergenerazionale[2].

Purtroppo, al giorno d’oggi si tende a perder di vista tutto ciò. Sempre più presi da questa inesorabile corsa, verso qualcosa di indefinito, carpiti dalla nostra quotidianità ci lasciamo sfuggire tante cose, tanti particolari, in realtà essenziali.

È essenziale, ancora una volta, il saper formare e il saper formarsi, e dunque, l’avere una visione sconfinata verso un sapere indefinito, non delineabile da alcun confine di sorta. Docente e studente devono sempre ricercare l’unità nella molteplicità e la molteplicità nell’unità.

 

È quindi possibile stabilire, alla luce di quanto da Lei finora detto, una correlazione con il diritto comparato?

Certamente. Il diritto comparato è fondamentale in tal senso. Solo attraverso la conoscenza dell’altro, e quindi dei differenti sistemi giuridici è possibile conoscere realmente sé stessi e dunque il proprio ordinamento giuridico nei modi più minuziosi e attenti possibili.

Lo studio comparatistico permette di ritrovare sé stessi. Non sono i luoghi comuni, ma sono i comuni luoghi quelli che realmente fanno la differenza, il tutto nell’ottica di un sapere comune, condiviso dall’umanità e quindi dalla comunità giuridica internazionale nel suo complesso.

In tale ottica diviene centrale, per esempio, l’esperienza Erasmus, occasione centrale per ogni studente universitario per la crescita personale e accademica. La permanenza e lo studio in un paese diverso nel territorio europeo permettono realmente di comprendere un qualcosa di essenziale: siamo tutti cittadini dello stesso mondo. E se oggi parliamo di “generazione Erasmus” è proprio perché tale progetto a contribuito a costruire, fin dal 1987, una nuova anima europea, rafforzando l’identità comunitaria all’interno dell’Unione, forse assai più di quanto non abbiano fatto i pure importanti trattati firmati per regolare la vita condivisa dei Paesi membri, aprendo confini che neanche i trattati politici sono riusciti ad abbattere.

Uno studio così impostato, in un’ottica internazionale, non chiuso ai meri confini nazionali permette una corretta consapevolezza ed è di notevole importanza per quella costruzione legislativa che parta dal basso e non dall’alto. Per sentirci realmente cittadini europei, non solo di fatto, l’esperienza in questione è la base di partenza, momento centrale per comprendere in prima persona cosa significa realmente l’unità nella diversità, per tornare ad essere Comunità!

Il giurista comparatista deve rimanere sempre conscio del fenomeno della globalizzazione, fattore non solo meramente sociale, ma dalle ovvie ripercussioni anche nel diritto. Il giurista comparatista ha in ciò un ruolo determinante, fungendo quasi da pacificatore, tra i conflitti culturali in atto: con la sua conoscenza, la sua formazione e modus operandi deve essere in grado di abbattere le mura del pregiudizio e costruire ponti proiettati verso gli altri paesi e sistemi giuridici, ponendo fine a quell’intemperie culturale che, in alcune parti del mondo, sembra essere in atto. Ancora una volta, proprio attraverso la propria formazione personale, lo studio e la cultura si possono placare tanti contrasti.

Professore, nei suoi studi si occupa di comparazione giuridica. Ritiene la diversità degli ordinamenti un limite?

Tutt’altro. La diversità degli ordinamenti giuridici rappresenta una risorsa di primaria importanza per il diritto. Lo si può comprendere benissimo ricordando la dottrina nota come separate but equal[3].

In essa si cristallizza un principio di fondo che ritengo particolarmente importante: gli ordinamenti giuridici, e quindi noi cittadini, siamo uniti nella diversità, ma non siamo uguali, rimanendo pur sempre diversi. Tale diversità, tuttavia, non deve essere considerato un limite, ma punto di slancio. Ogni ordinamento deve mantenere e valorizzare le proprie diversità che fanno parte inevitabilmente della propria cultura, ma si deve aver ben chiaro che al di sotto di tale diversità si nasconde un retroterra culturale che ci unisce.

Grazie all’emersione del “proprium” si può arricchire culturalmente e giuridicamente la realtà che ci troviamo a vivere quotidianamente.

È il contatto con una realtà differente, l’elemento chiave, quello che fa la differenza. Venire a contatto con realtà dissimili non può che arricchire lo studente e quindi il cittadino. Questo perché la realtà vivifica, mette in risalto le differenze e quindi, auspicabilmente, vivifica lo spirito critico, con il precipuo intento di cogliere lati positivi e negativi. Calarsi in un contesto differente, sebbene anche per un breve lasso di tempo, non può che arricchire la persona, donandole, nel caso del giurista, quel quid pluris che il giurista comparatista dovrebbe avere.

Il dovere del giurista comparatista è quindi quello di accorciare le distanze, abbattere i confini culturali e territoriali e le differenze, valorizzando le diversità inevitabili tra i paesi con l’intento di arricchirsi di conoscenza.

Per riuscire nell’intento è necessario assolutamente trovare anche il giusto equilibrio tra la teoria e la pratica, tra studio, formazione e successivo pratico confronto con la realtà statale differente. Solo con tutti questi accorgimenti è possibile raggiungere quella necessaria equidistanza tra regola e soluzione, raggiungendo quella fondamentale stabilità sociale, che, con riferimento anche al contesto globale che ci troviamo a vivere, sembra non essere mai a sufficienza.

Urge anche non cadere nel “tranello” dell’univocità della storia. La storia non può essere unica; un simile convincimento può essere particolarmente insidioso. Le insidie sono radicate nel pericolo degli stereotipi, una ragnatela da cui è difficile districarsi. Gli stereotipi riferiti ai diversi paesi sono sempre limitati e di conseguenza limitanti. Occorre essere ben preparati (anche e soprattutto attraverso lo studio) contro simili insidie.

 

Nella sua professione, occupandosi di comparazione, ritiene importante “compararsi” anche con altre discipline universitarie che esulano dallo studio della legge?

Certamente. Lo studio è sempre un valore aggiunto, mai il contrario. La possibilità di affiancare lo studio della legge allo studio di altre discipline non può che arricchire ulteriormente il bagaglio culturale dello studente ed estendere ulteriormente gli orizzonti del sapere e del conoscere. È proprio in tal modo che è possibile combattere, nel modo più vigoroso, razzismi e violenze che tendono sempre a riemergere. Questo perché il razzismo è paura dell’altro, del nuovo. Affrontare lo studio con un approccio differenziato è fondamentale.

In fondo, anche la violenza di genere è una forma di razzismo, se ci pensiamo. La persona che si rende autore di violenza nei confronti del partener o, peggio ancora, al termine di una relazione è una persona che ha paura della libertà altrui. Lo stesso dicasi con riferimento al diverso colore della pelle o della religione.

Proprio per il tramite di questa alleanza tra le discipline differenti e guardando al futuro con il giusto spirito, non marchiato da incauto ed eccessivo ottimismo, ma neppure paralizzante pessimismo, si possono raggiungere mete ambite e favorire la cultura della riparazione[4].

È di certa importanza promuovere il lavoro dei più giovani, incoraggiandoli in simili pratiche e spingendoli alla collaborazione tra di essi. Ancora una volta l’approccio allo studio e all’insegnamento è centrale. Un approccio differenziato è in grado di fare la differenza: il confronto tra discipline ed esperienze differenti rappresenta un’opportunità per arrivare a un risultato differente, ad un prodotto di ricerca avanzato, valorizzato e avulso da diffidenze di sorta. Solo così si possono vedere orizzonti, dove altri tracciano confini.

 

[1] Suggestioni tratte da “Guardare al futuro, nonostante tutto”, Editoriale introduttivo al n.2/2024 di MediaRes

[2] Ibidem

[3] La dottrina del “separate but equal” (separati ma uguali) è stata stabilita dalla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Plessy v. Ferguson del 1896. Questa dottrina sosteneva che la segregazione razziale non violava il XIV Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, a condizione che le strutture e i servizi forniti a ciascun gruppo razziale fossero uguali. In pratica, tuttavia, le strutture e i servizi destinati agli afroamericani erano quasi sempre inferiori a quelli destinati ai bianchi. La dottrina è stata infine dichiarata incostituzionale nel 1954 con la storica sentenza Brown v. Board of Education, che ha stabilito che la segregazione nelle scuole pubbliche era intrinsecamente diseguale e dannosa.

 

[4] Suggestioni tratte da Guardare al futuro, nonostante tutto, Editoriale introduttivo al n.2/2024 di MediaRes