Musei Vaticani, Stanza della Segnatura: chiunque viva la domanda inappagabile della natura ultima delle cose non può rimanere indifferente all’incedere superbo dei due uomini verso cui corre subito lo sguardo al centro dell’affresco della Scuola di Atene.
Non perché classicità ed eccellenza debbano essere legate da un rapporto biunivoco: l’umanità ha espresso tanti grandi uomini e grandi donne e molte volte non è la fama a stabilire le giuste proporzioni.
La riflessione si pone perché quei gesti opposti dei due filosofi che Raffaello ha consegnato all’eternità non solo individuano il punto focale della parete affrescata, ma disegnano idealmente il dilemma ineliminabile dell’interrogarsi umano. Da queste premesse la Storia ha seguito il suo corso.
A scuola dai due giganti
Il fatto che agli albori della scienza moderna tanto si sia detto, giustamente, contro il principio di autorità dell’Ipse dixit può restituirci l’idea che Aristotele, al posto di uno scienziato del Seicento, avrebbe avversato il progresso scientifico; ma se diamo la parola a uno degli artefici di questo progresso per bocca di un suo portavoce letterario ne ricaviamo un quadro diverso. Proprio nel ‘Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo’ Galileo fa dire a Salviati: “Avete voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e’ non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle più sensate dottrine […]?” Aristotele dunque, “cervello indocile, mente ostinata” nell’investigare ciò che ci circonda, ha precorso la scienza moderna, pur non disponendo degli strumenti tecnici per indagare i fenomeni al giusto grado di risoluzione e complessità. Addirittura alcune delle sue concezioni sulla vita e l’anima hanno vari punti di contatto con la biologia contemporanea.
E Platone, in tutto questo? Esaurita la scia del Rinascimento con l’enorme fortuna del Timeo, frustrato quello sprazzo di ispirazione che inizialmente aveva colto Keplero (il quale prima di formulare le sue ben note leggi a base ellittica aveva vagheggiato che le sfere dei sei pianeti conosciuti fossero inscritte e circoscritte ai cinque solidi platonici), comprensibilmente il filosofo non ebbe più voce in capitolo in tema di questioni scientifiche. D’altra parte la metafisica, al contrario della fisica, in base alla Logica trascendentale di Kant, non è possibile come scienza e quindi esula dal mandato di qualunque scienziato. Lo stesso Aristotele (in altri tempi) a un certo punto metteva in guardia il maestro con un bruciante paragone: “Le tue Idee sono metafore poetiche!”, e oggi nessun ricercatore assennato, disponendo di un efficace modello predittivo dei fenomeni, si sognerebbe di postulare altri livelli ontologici della realtà.
Un bubbolio lontano…
Senonché, la necessità di un modello simile si fece udire dal cuore nero della fisica: dopo aver a lungo sbattuto la testa sui paradossi dei buchi neri, alcuni scienziati proposero una spiegazione che implicava un principio già formulato in precedenza ma inizialmente rigettato dalla maggior parte della comunità scientifica: il principio olografico. Il problema, in estrema sintesi, è che esistono due versioni complementari di cosa succederebbe attraversando l’orizzonte degli eventi di un buco nero a seconda che il punto di vista sia interno o esterno al fenomeno: da fuori l’oggetto che precipita sembrerebbe rallentare all’infinito, vaporizzarsi per l’elevatissima temperatura e riemettere infine all’esterno sotto forma di radiazione tutta l’informazione quantistica di cui era fatto; da un punto di vista interno all’oggetto in questione l’orizzonte verrebbe attraversato senza neanche un particolare aumento di temperatura e l’informazione stessa finirebbe sepolta lì dentro. Anche al netto delle implicazioni della relatività (l’oggetto che sembra rallentare solo visto da una maggiore distanza) accettare ambedue le versioni apparirebbe contraddittorio. Non per niente si era anche ipotizzato che lo spazio all’interno del buco nero non esistesse affatto e che l’orizzonte degli eventi fosse una sorta di muro di fuoco. Ma qui arrivò in soccorso la nuova teoria, caldeggiata nei primi anni Novanta da Leonard Susskind e Gerard ‘t Hooft.
Un ologramma come viene comunemente inteso è una rappresentazione di un oggetto tridimensionale costruita in base a informazioni immagazzinate su una superficie bidimensionale. Se ci capitasse tra le mani una lastra olografica, però, essa ci risulterebbe estremamente criptica, in quanto è il risultato di uno schema di interferenza: tipicamente, disponendo di una particolare tecnologia laser, sulla pellicola si dirigono due rami di un fascio di luce, uno dei quali deve essere riflesso dall’oggetto che si vuole rappresentare. Di qui la magia: se si illumina questo schema di interferenza con un altro particolare raggio laser o si processa con un algoritmo, ecco che compare la rappresentazione 3D.
Ma quindi cosa c’entrano i buchi neri? C’entrano perché, per salvare capra e cavoli, si è giunti alla conclusione che le due versioni in apparenza contraddittorie dello stesso fenomeno sono due diverse ricostruzioni dello stesso ologramma ottenute con algoritmi diversi.
Nei primi anni da questa scoperta il principio olografico non ebbe molta risonanza, nonostante la convinzione dei due scopritori che i buchi neri fossero solo una Stele di Rosetta per decifrare un linguaggio che doveva essere comune a tutto il cosmo. Fortunatamente per loro, nel 1997 un articolo dell’argentino Juan Maldacena fece esplodere l’interesse perché dimostrava la compatibilità del principio olografico con la teoria delle stringhe, una delle teorie con maggior potere predittivo e unificante tra tutte quelle di cui disponiamo. Anche per tale motivo ci sono ottime possibilità che il paradigma olografico apra la strada alla comprensione dell’intima natura quantistica di spazio e tempo.
La magia degli ologrammi
A questo punto, forse, conviene fare un passo indietro. Dal momento in cui fu inventata, nel 1947, da Dennis Gabor, l’olografia incrociò la strada di almeno due importanti scienziati che rimasero colpiti dal suo potere esplicativo. Uno di questi è il fisico David Bohm, il quale, pur avendo scritto quello che a detta dell’anziano Einstein era il più chiaro manuale di meccanica quantistica mai pubblicato, non smise mai di cercare spiegazioni più profonde agli assunti controintuitivi di questa strana disciplina. Si fissò in particolare sulla più scomoda delle predizioni della teoria dei quanti, oggi nota con il nome di entanglement o correlazione. La scomodità viene dal fatto che la “comunicazione istantanea” tra particelle situate anche ad anni luce di distanza viola apertamente la relatività. Dal canto suo, il paradigma olografico è un esempio perfetto di nonlocalità: una caratteristica addirittura prodigiosa delle lastre olografiche è che perfino un piccolo frammento di esse, se illuminato con il laser, restituisce in piccolo l’intera immagine 3D di partenza.
C’è di più: come si è detto, caratteristica distintiva di un ologramma è quella di riuscire a immagazzinare una certa informazione con l’impiego di una dimensione in meno rispetto alla sua immagine. Quale sarebbe dunque la dimensione emergente, quella cioè che risulterebbe superflua a livello costitutivo? Secondo un numero crescente di scienziati, sarebbe il tempo.
L’informazione quantistica, inscritta in un ologramma atemporale astratto, sarebbe il filo che tesse la realtà, compreso lo spazio-tempo curvo e la gravitazione, secondo il motto di John Wheeler “it from bit”. L’entanglement, cioè le diverse relazioni di correlazione quantistica tra innumerevoli bit, avrebbe un ruolo ancora più importante: oltre a tenere insieme l’informazione, la possibilità di diversi schemi di entanglement sarebbe proprio il motivo per cui l’ologramma cosmico può essere letto in modi diversi, come verificato per i buchi neri; spinto alle sue estreme conseguenze, questo sarebbe il motivo della compatibilità tra l’olografia e la cosiddetta teoria degli universi paralleli.
Troppo digiuni di metafisica
Insomma, pur senza istillare il terrore di uno scenario alla ‘Matrix’ con un supercomputer quantistico a creare l’illusione della realtà (secondo alcuni plausibile), credo che questo nuovo paradigma andrebbe considerato qualcosa di più di un espediente matematico per aggirare questo o quel problema di fisica: forse sarebbe di giovamento al dibattito intellettuale rispolverare antichi concetti filosofici. Platone, per esempio? Il suo mondo delle Idee non calza certo a pennello con la nostra visione delle cose: la motivazione logico-semantica alla loro istituzione è senz’altro obsoleta, come pure la loro valenza etica, ma che dire della concezione che esistano gradi distinti di realtà? Si tratta, a mio avviso, di una categoria alquanto estranea alla contemporaneità, ma forse reinterpretata in chiave moderna (con buona pace di Platone la cui opera resta immortale) potrebbe davvero elevarci al di sopra del senso comune. In particolare, un nodo inestricabile dell’edificio platonico è il rapporto di partecipazione (méthexis) tra il mondo sensibile e le idee: tutti i paragoni addotti dal Filosofo per descrivere questa relazione sono imperfetti e rischiano di contaminare le singole Idee con la molteplicità degli enti sensibili che ne partecipano. Mi piace pensare, però, che se qualcuno tornasse indietro nel tempo per raccontare all’Ateniese del paradigma olografico, questi non resisterebbe ad accoglierlo tra gli ingranaggi del suo sistema di pensiero. In effetti, ciò che a mio parere rende calzante tale paragone è che l’ente è particolare in conseguenza della sua separazione da quello che suppongo essere un livello distinto della realtà e che anzi ricava la prova della sua distinzione proprio dalla sperimentata particolarità degli enti; al contempo, esso partecipa del Tutto in virtù della sua intima natura olografica che, come si è detto, è nonlocale.
Una mente olografica?
A proposito di delocalizzazione, c’è un altro tassello della teoria che completa il quadro e che probabilmente avrebbe solleticato anche la sensibilità del filosofo di Stagira. Negli stessi anni in cui David Bohm elaborava la sua teoria, una lunga serie di esperimenti metteva in difficoltà molti neurofisiologi, tra cui Karl Pribram. L’intento era quello di verificare la collocazione dei ricordi nel cervello e ripetuti interventi invasivi di asportazione su cavie continuavano a mostrare che non esisteva mai una regione particolare dell’encefalo che una volta asportata impediva di attuare un certo comportamento appreso (e quindi di accedere a un ricordo). A questo si univa l’osservazione dell’enorme “capienza” della nostra memoria, considerato che ciascun ricordo sensoriale è molto “pesante”, nonché ben conservato a nostra insaputa anche a distanza di molto tempo. Si accumulavano inoltre prove di vario genere nell’ambito della neurofisiologia e tutte chiedevano a gran voce una teoria più completa. Così, quando Pribram si imbatté su Scientific American in un articolo sull’olografia, ne fu folgorato. Ed ecco che abbiamo, secondo lui, un cervello olografico in un universo olografico, con schemi di interferenza in corrispondenza delle sinapsi e una memoria distribuita.
Le conclusioni di Pribram sono ancora controverse e molto resta da indagare su questi fenomeni così complessi e affascinanti. Tuttavia, anche solo l’ipotesi che il binomio Mente-Natura tanto caro a Gregory Bateson sia davvero – Aristotele mi perdoni il termine – un “sinolo” così indistricabile rinfocola quella domanda che esula della scienza ma tanto profondamene ci coinvolge e ci contraddistingue: cosa posso sperare?
Bibliografia:
• Hertog T., Sull’origine del tempo. Milano, Rizzoli, 2023
• Tonelli G., Genesi. Milano, Universale economica Feltrinelli, 2020
• Susskind L., Il paesaggio cosmico. Milano, Adelphi, 2007
• Cox B., Forshaw J., Buchi neri. La chiave per capire il cosmo. Milano, Hoepli, 2023
• Talbot M., Tutto è uno. L’ipotesi della scienza olografica. Milano, Urra, 1997
• Platone, Parmenide. Introduzione a cura di Franco Ferrari. Milano, BUR Rizzoli, 2021