L’Europa, un sogno cui rinunciare?

Considerate le particolari congiunture di politica internazionale che caratterizzano il nostro tempo, specie se si riflette sugli ultimi sviluppi del dossier “Ucraina”, viene da chiedersi quale possa essere il futuro del vecchio continente. Sempre più sfumate, infatti, sono le certezze che vedono l’Europa – e l’Unione europea soprattutto – come soggetto attivo nelle dinamiche politiche ed economiche del mondo contemporaneo. L’Unione europea rischia concretamente di divenire un soggetto subalterno di altrui politiche, degli Stati Uniti in primo luogo, se i Paesi industrialmente più avanzati e influenti che ne fanno parte, Francia e Germania, non sapranno rispondere alla crisi politica e identitaria che ne affligge il procedimento decisionale.
Prima ancora di stigmatizzare la totale mancanza di influenza dell’Unione europea sul proscenio internazionale, d’altronde, bisogna tenere sempre a mente che le organizzazioni internazionali, e la stessa UE con tutti gli accorgimenti del caso, sono e fanno quello che gli stati membri vogliono che queste siano e facciano. A partire da questa considerazione elementare, appare ancor più limpidamente la capitale importanza che la stabilità politica di Parigi e Berlino ha per tutto il continente. Senza un impulso da questo centro nevralgico dell’Europa, difficilmente il resto del corpo riuscirà a funzionare. Per dirla diversamente, senza una politica interna propositiva di Francia e Germania non potrà esserci vera iniziativa verso l’esterno: foreign policy becomes at home, come recita un famoso detto americano. È allora evidente la necessità di approfondire la situazione di stallo in cui si trovano la Francia e la Germania.
In primo luogo, se si pensa all’anno appena passato, non può non trarsi un bilancio negativo per la Repubblica francese in termini di stabilità politica e di buona gestione amministrativa. Non sono mancati nella cronaca giornalistica e nell’analisi politologica sferzanti j’accuse nei confronti della classe politica francese, considerato il susseguirsi di fragili esecutivi a distanza di pochi mesi uno dall’altro: soltanto nel 2024 si si sono succeduti tre governi guidati rispettivamente da Attal, Barnier e, ora, Bayrou, un fatto più unico che raro nella storia francese della Quinta Repubblica.
Nonostante in questi mesi siano stati moltissimi i paragoni tra la Francia e l’Italia sulla stabilità degli esecutivi, un simile accostamento può apparire tuttavia sotto vari profili semplicistico, se non addirittura fuorviante. Non può non considerarsi, in primo luogo, che i due Paesi hanno diverse forme di governo: la difficoltà a trovare una mediazione, come quella che oggi tormenta l’Assemblée nationale, radicalmente divisa al suo interno, avrebbe lasciato l’Italia senza un governo. In Francia, al contrario, un ramo dell’Esecutivo rimane in carica anche – e forse soprattutto – quando il governo perde la fiducia del Parlamento: secondo la celebre immagine di Maurice Duverger, il sistema semipresidenziale francese ben può essere rappresentato da un’aquila a due teste, il governo, responsabile politicamente verso il Parlamento, e il Presidente della Repubblica, legittimato invece dal voto popolare e in carica per cinque anni. Al cadere della prima testa, la seconda rimane.
La differenza principale tra i due sistemi risiede infatti nel ruolo che il Presidente della Repubblica ricopre nell’architettura costituzionale. Se nel nostro Paese il Presidente della Repubblica costituisce un “potere neutro”, un “potere al di fuori dei tradizionali poteri dello stato” come ribadito in più occasioni dalla Corte costituzionale, in Francia l’Eliseo svolge inequivocabili funzioni di indirizzo politico amministrativo. Il Presidente della République, ad esempio, ha una competenza esclusiva nel condurre la politica estera del Paese, presiede il Consiglio dei ministri, nomina il Primo ministro, scioglie il Parlamento, è esente dall’obbligo di controfirma ministeriale.
Se ciò è vero, può accadere, e sovente è accaduto negli ultimi decenni, che la condivisione o anche solo la prossimità di funzioni tra Presidente e Primo ministro in Francia sfoci in un conflitto: si parla in questo caso di cohabitation, vale a dire la particolare situazione in cui governo e Presidente non riflettano la stessa visione politica. Contrariamente a quanto espresso da molti quotidiani, difficile sarebbe pensare che l’attuale stallo della politica francese sia dovuta però a questa difficile convivenza tra le due “teste dell’aquila”. Anche in passato sono emersi complessi e animati casi di cohabitation, ma il sistema istituzionale francese ha dimostrato comunque elasticità ed efficienza nell’approvare disegni di legge o nel proporre nuove riforme, superando la prova.
Appare chiaro che la crisi politica attuale non coinvolge la forma di governo francese; tantomeno sembra imporre come rimedio omnibus malis un’indebita compressione delle prerogative costituzionali del Parlamento o le dimissioni del Presidente della Repubblica, considerato l’arbitro del delicato equilibrio politico a Parigi. La crisi in corso è di natura invece prettamente politica, riguarda l’incapacità delle forze politiche, assertivamente arroccate sulle rispettive posizioni, di trovare punti di incontro. L’attuale composizione dell’Assemblea non sembra aiutare, vedendo contrapposte percentuali pressoché equivalenti degli schieramenti e rendendo impossibile una stabilità governativa.
Per quanto riguarda Berlino, parimenti eccezionale nella storia della Repubblica federale è la recente crisi di governo, cui sono seguite le elezioni di domenica scorsa. Il quadro complesso delle forze politiche tedesche è in questo momento ancor più destabilizzato da un fattore di incertezza intorno al quale si è concentrata l’attenzione di tutti nelle ultime settimane: il modo con cui i principali partiti si rapporteranno con AfD e il ruolo che tale forza politica assumerà nel corso della ‘legislatura’.
D’altronde, il programma elettorale del partito guidato da Alice Weidel potrebbe presentare, secondo talune tradizioni e sensibilità politiche, profili di smisurato estremismo. È apparso chiaro, dai recenti dibattiti televisivi, che nessuno dei maggiori partiti in Germania è al momento disposto a condividere con AfD un’esperienza governativa. Rimane allora da chiedersi se una coalizione che escluda Weidel faccia perdere credito a questa forza politica o se, al contrario, non faccia che favorirla nel lungo periodo. Certo è che una malaugurata chiusura della Germania al mondo determinerebbe un passo indietro per tutta l’Europa, che si troverebbe a perdere definitivamente ogni possibilità di influenza rispetto agli altri attori globali.
Ulteriori fattori di instabilità che gravano sulla Repubblica federale e sull’Europa tutta sono i sentimenti diffusi nella popolazione tedesca a seguito del recente attentato a Monaco, i pronunciati endorsement americani nei confronti di determinate forze politiche euroscettiche, la preoccupante impasse economica e industriale di Berlino che, in termini di produttività ed esportazione, perde sempre più competitività nei confronti dell’industria cinese. L’efficienza del mercato cinese, infatti, impone ormai autonomamente i propri ritmi all’Europa e soprattutto alla Germania, che ha perso ogni sembianza di competitor credibile nei confronti della controparte asiatica.
La crisi identitaria che affligge dunque le due capitali dell’Europa centrale non può non interessare anche gli altri Paesi del vecchio continente. Sarebbe in gioco lo stesso progetto europeo se la stabilità francese e tedesca dovessero definitivamente venir meno. Di più: una involuzione della situazione politica a Parigi o a Berlino metterebbe a repentaglio, anche oltre i confini dei due Paesi, forme di partecipazione democratica ampliamente sperimentate, ma sempre più ferite da derive populiste che già da anni attraversano l’Europa e gli Stati Uniti e di cui l’astensionismo elettorale è un segnale pericoloso.